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Goffredo Parise con la macchina da scrivere

Goffredo Parise - Biografia - Roma - 3 di 3

Foto di Goffredo Parise
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Roma 3/3
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Pochi anni dopo il trasferimento a Roma, nel '63, il matrimonio con Mariola, ormai in crisi, finisce e Parise vive un momento di profonda prostrazione che trova eco in un lavoro teatrale, L'assoluto naturale, messo in scena da Franco Enriquez al Teatro Metastasio di Prato nel '68, con Valeria Moriconi e Renzo Montagnani come interpreti.

E' un'opera in cui Parise, pur partendo dal sofferto dato biografico personale, costruisce senza compiacimenti sentimentali un'analisi lucida e serrata del rapporto di coppia, indagando con graffiante ironia sull'eterna lotta tra desiderio e ragione incarnata nel binomio Uomo-Donna.

Ora Parise è pienamente inserito nella vita della capitale, ma l' ambiente a lui più congeniale è quello dei pittori della "Scuola di Piazza del Popolo" (Schifano, Fioroni, Festa, Angeli), artisti che si riuniscono al caffè Rosati o presso la galleria di Plinio de Martiis, La Tartaruga.
E' una generazione di artisti che lo affascina, perché in loro trova una giovinezza autentica:

"...senza quella polvere che porta sempre con sé la letteratura orologiaia e militante; belli, e se vogliamo anche dannati. Il principe, un vero Ahmed da Mille e una notte, era Mario Schifano..."1

Il rapporto che Parise manterrà sempre con il mondo delle arti figurative è molto forte e numerosi sono i suoi ritratti realizzati dai pittori conosciuti in quegli anni.
Lo scrittore esercita un notevole fascino su quella generazione, e lui ama parlare di loro, ma non come autentico critico d'arte, bensì da artista capace di interpretare i molteplici linguaggi dell'arte.
Dice, infatti, in un intervento sul tema:

"...non ho fatto della critica d'arte bensì mi sono occupato di quella che potrebbe chiamarsi l' "aura" artistica, un' aura artistica emanata dai pittori, dagli scultori di cui mi occupo".

Nasce in questi anni l'importante legame, durato tutta la vita, con Giosetta Fioroni.

"...Giosetta Fioroni cammina in modo leggero, come camminavano le ragazze degli anni cinquanta quando andavano a scuola o a un ballo pomeridiano in casa di amiche...Certe volte ride in modo leggerissimo e si copre la bocca con la mano, chissà perché..."2

Proseguendo nel suo percorso letterario, con il romanzo Il padrone, Parise approda, nel '65, ad un diverso registro narrativo, lontano dai romanzi veneti.
E' un'opera intrisa di realismo e deformazione grottesca della realtà, che dà vita ad una bruciante satira dell'azienda moderna, segnata dalla totale alienazione dell'uomo ridotto a oggetto:

"Dovevo uscire da quel mio mondo veneto ristretto. Oggi i problemi si sono allargati, sono diventati internazionali, mondiali... La nevrosi è diventata la protagonista della nostra vita, la componente principale dell'individuo moderno.
La nevrosi è usura della persona, senso d'inutilità, e nasce soprattuto dal rapporto spaventoso fra l'uomo e la marea d'oggetti che lo circondano...
Il mio romanzo è proprio la lotta fra due specie umane diverse, una delle quali vuole ridurre l'altra ad oggetto.
E' la morte dell'umanesimo, disperante ma poetica e inevitabile. E' meglio un mondo di uomini oggetto inespressivi, piuttosto che il trionfo della violenza. E invece si corre irrimediabilmente verso la follia e la nevrosi.
La mia è una soluzione tragica, e non benefica: ma la realtà scientifica è crudele, Darwin e Freud ce lo hanno insegnato. La nevrosi porterà probabilmente nel futuro a forme diverse di comunicazione. Intanto, per esempio, provoca un'altra selezione naturale: la società elimina il folle, il pazzo.
Sopravvive solo il più forte, chi ha una composizione chimica più adatta e resistente."
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Nel '66 Parise pubblica Gli americani a Vicenza, un racconto scritto dieci anni prima, durante un breve ritorno nella sua città da Milano e lo definisce:

"...un'intuizione figurativa della funebre spettacolarità di oggetti americani (uomini e cose) che vidi cinque anni più tardi in America, carichi di tutto il loro falso splendore"

Nella prefazione alla raccolta postuma Gli americani a Vicenza e altri racconti pubblicata da Mondadori nel 1987, Cesare Garboli scrive:

Parise è stato lo scrittore più inaspettato e dotato che abbia esordito in Italia nel dopoguerra. Altri scrittori sono stati forse più importanti, meno improvvisati e avventurosi (e anche meno avventurieri), e vantano, culturalmente, più titoli di lui. Ma come talento naturale, come indipendenza di sensibilità e giudizio, Goffredo Parise era superiore a tutti (...). Disse Parise un giorno, se non ricordo male, che Moravia gli era stato amico e modello utile, e Comisso nell'arte.
Penso che si riferisse proprio alla fase, più o meno, di questi racconti, agli anni Cinquanta, quando uscì svuotato dal primo libro e cominciò a trattare l'infanzia, i ricordi di provincia, le storie di paese con un taglio grottesco e caricaturale, più picaresco di quanto facesse negli stessi anni Fellini, e voltando le spalle, di colpo, al romanticismo.

Tra il '62 e il '66, trentatre racconti confluiscono nel volume "Il crematorio di Vienna", ancora un'analisi della violenza dell'uomo sull'uomo, descritta ora in prima ora in terza persona, che ruota intorno alla definizione: "il nazismo è nella vita quotidiana".
Sul titolo dell'opera Parise spiega:

"...è una mia costante notturna, rintracciabile in tutti i miei libri... che scaturisce dalle frequentazioni di cimiteri e crematori e dalle prime folgorazioni culturali o sentimentali dell'adolescenza (Poe, Hoffmann, Novalis, Shakespeare ecc.) che per mia fortuna o disgrazia mi svegliavano dalle sonnolenze scolastiche"4

Gli anni di Roma sono dunque vissuti da Parise molto intensamente e consolidano la sua identità di scrittore famoso e importante firma del giornalismo, ma già sul finire degli anni '60 si avverte in lui una certa stanchezza, una sorta di saturazione di quella vita frenetica, dei salotti e dei rituali della mondanità da cui spesso ricava solo noia.

La Fioroni fa un'attenta analise di questo Parise:

Una componente che descrive bene l'intensità caratteriale di Goffredo era la terribile sofferenza dovuta alla noia.
La noia poteva farlo patire fino a procurare veri e propri malori. All'inizio della nostra conoscenza lo trovai nel bagno di alcuni amici noiosi, dai quali eravamo a cena, semisvenuto che cercava dl umettarsi la faccia. Sempre la noia a contatto con persone senza unisono, senza vitalità, faceva nascere in lui un violento desiderio di fuga. A Ponte di Piave prendeva la bicicletta e cercava di scappare. In città usciva improvvisamente di casa e abbandonava gli ospiti se si creava una situazione noiosa. Oppure a casa d'altri scompariva letteralmente con l'abilità di un prestidigitatore. Detestava anche i cosiddetti convenevoli, quelle formalità sociali tutte fatte di luoghi comuni e bugiarde gentilezze, e riusciva con una sua brusquerie a evitare questi passaggi obbligati nei rapporti con gli altri (lasciando spesso i presenti esterrefatti).
In compenso, se individuava nelle persone, in un amico o amica, qualcosa che amava, era prodigo nell'incoraggiamento, nell'affetto, nella predilezione. E con quella capacità che era tipicamente sua, di suscitare con forza Immagini e Visioni, riusciva a raccontare storie e eventi particolari, sia nel tono della voce che nella scelta delle parole. E con lo sguardo puntato, Goffredo poteva rendere plasticamente una storia, un aneddoto, influenzare l'ascoltatore (o il pubblico), trasmettere molte sensazioni e sfumature, in una parola, agire su di lui profondamente.
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La sua natura "amichevole" gli ha procurato molte conoscenze, ma non sente il calore della vera amicizia e, soprattutto, non avverte l'aria di una casa veramente sua:

Non mi piace stare a Roma e sono un'anima in pena, molto più che un tempo.
Vorrei una casa con qualche rumore di gocce di pioggia, qualche difetto legato alle intemperie, una donna o una moglie vagamente elastica nella pelle.......magari chissà, anche un figlio, meglio una figlia. Che ci fosse carenza di ombrelli nella casa e fosse qualche volta anche un po' fredda d'inverno...
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Uno dei confidenti prediletti è, come sempre, l'amico Comisso:

...Quanto al successo io l'ho già avuto all'età di 23 anni, l'ho conosciuto in tutte le sue vacue e sciocche forme, mi ha dato una grande tristezza.
Gli scrittori scrivono: ebbene, io sono uno scrittore che non ha voglia di scrivere. Sento che non è possibile, dato il mio temperamento, esprimermi senza passione, o senza ira, o senza sentimenti, e questi mi mancano o non sono abbastanza forti in questo momento da spingermi a scrivere. Tuttavia scrivo lo stesso, quando mi vien voglia, e lascio lì a depositare. Il globo è coperto da una valanga informativa e presuntuosa, di libri e di giornali, non vale correre la gara della presenza, essa è una gioia effimera che non mi soddisfa e non mi ha mai attratto. Non cerco il perfezionismo ma il dire ciò che sento di dire e quando lo sento.
L'arte dello scrittore, come tutte le arti, oggi, non è richiesta in nessun senso: nemmeno dai pochi. E' cioè qualcosa di inutile non dico alla società, ma perfino ai cuori dei pochi. Ciò che è utile oggi sono soltanto gli oggetti toccabili e azionabili meccanicamente: tra di essi la parola, l'ineffabile strumento che ci ha dato la natura, è simile a una farfalla tra gli ingranaggi di una macchina elettronica...
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1 - Da "Scaglie di tartaruga"  in Corriere della Sera, 28 giugno 1983
2 - Da "Bolaffiarte", marzo-aprile 1975
3 - da un'intervista di Andrea Barbato, L'Espresso, 11 aprile 1965
4 - dal Corriere della Sera, 22 marzo 1970
5 - Da  Giosetta Fioroni, Appunti, 1987-89
6 - dall'epistolario dello scrittore presso l'archivio Parise a Ponte di Piave
7 - ibid.

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