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Goffredo Parise con la macchina da scrivere

Goffredo Parise - Biografia - Salgareda - 3 di 3

Goffredo Parise - Foto di Lorenzo Capellini
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Salgareda 3/3
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Parise si allontana da Salgareda ancora per qualche viaggio come giornalista, lo sci a Cortina ed evasioni a Venezia, di cui, dice:

"è una città da non abitare ma da starle vicino"1

Venezia è la sua città di elezione, quella di cui più si sente cittadino tra le città del Veneto, il luogo dove, diceva ad Omaira Rorato, "è bello andare per perdersi":

"...Ho infinitamente amato (quasi come l'odore della neve nel vento) l'odore dei pontili d'estate, che sta tra il forte salso, lo iodio e quello della pelle al sole appena uscita dall'acqua...".2

A Roma torna ancora spesso, costretto dai rapporti di lavoro, anche se ormai è del tutto insofferente di quella realtà e lo scrive ad Omaira:

15 maggio 1976
Vuoi che ti parli di me: primo; ho nostalgia per il Piave, che nasconde un altro tipo di nostalgia che non voglio e non posso permettermi di avere: la nostalgia per qualche cosa che ricordo vagamente ormai, cioè la mia terra, la patria delle mie prime emozioni. In sedici anni che sono a Roma, emotivamente, poeticamente, ho ricevuto ben poco. Direi niente. Questo mi dà una sensazione di vuoto, di svuotamento (del sacco espressivo) e al tempo stesso una certa qual impazienza che non so di che natura sia: è certamente espressiva, ma se il sacco è o mi appare vuoto (ma non è) finisce che non lavoro. E non lavorare, non scrivere, non esprimermi (se non attraverso forme occasionali come il giornale) poeticamente mi dà come una nevrosi motoria, la voglia di non stare mai fermo. In realtà riempio le giornate qui, nel centro di Roma, con le finestre che guardano il corso dell'Augustea, in pieno traffico (il centro massimo del traffico di Roma) con lavoretti e leggendo o pensando. Penso che non è vero che il mio sacco è vuoto, perché si è riempito di moltissime esperienze umane e tecniche, e di "stile» letterario la cosa più difficile da raggiungere ma che mi manca però l'impulso primo, quello che avevo quando non possedevo lo stile. Insomma penso o spero di essere a una svolta della mia vita. Quale non so e non mi è dato sapere, procedendo io come un rabdomante, con il puro istinto, che non mi ha mai tradito. Aspetto. Certe volte sono molto triste e malinconico, solo in questa specie di elegantissima stanza d'albergo, altre volte sono allegro di essere solo ma tutto si confonde e lascio che si confonda. Non so se mi sono spiegato, anche perché è difficile spiegarlo; ma preferisco non farlo con me stesso per lasciare spazio e molto tempo alle cose, che si facciano da sé. Il mio tem-peramento essendo attivo, di solito agisco, ma non agisco quando sento che le cose, la vita o un certo segmento di vita, devono fare da soli senza il mio intervento.
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Eppure Roma lo riempie ancora di fascino quando riesce a cogliere nelle sue strade certi quadretti, come lui diceva "alla De Pisis"e così il giorno dopo scrive ancora:

domenica 16 maggio 1976
Ti ho detto ieri che questa città mi è estranea. Non per questo non è bella, e rappresenta più di ogni altra città l'Italia, nel suo complesso interiore ed esterno. Ora, in questo momento stanno suonando bellissime campane sotto il sole e ieri ho assistito a un quadretto italiano tipico proprio sotto casa, quasi all'imbocco di piazza di Spagna. Ad un angolo, dove c'è un bel mercato di frutta e verdura tra vecchie case in un vicolo di artigiani c'era un cieco che suonava la fisarmonica elettrica. Aveva avuto il permesso di infilare la spina dentro un negozio di materiale elettrico (la scena si svolge in via della Croce, luogo e nome sono importanti) e suonava. Attacca con "Di quell'amore...". E' pallidissimo, cereo, come sono spesso i ciechi e con le occhiaie vuote di occhi coperti dalle palpebre chiuse. Dietro di lui, a un metro, lo guardano molto interessati e quasi stupiti della loro bella età due marinaretti, uno biondo e uno bruno, col berretto gettato indietro, e con volti che più italiani di così non avrebbero potuto essere Diciotto, diciannove anni. C'è il sole e buona aria. Dietro i marinaretti il verde e i colori del mercato e il viavai delle donne e di qualche straniero. Dalla panetteria di fronte esce odore di pane fresco, e le note della fisarmonica e della "canzone" di Verdi si spargono su tutta la strada e la riempiono. Di tanto in tanto, passanti ammirati del tutto (di tutto il quadro e di quella musica) si staccano dal flusso pedonale (non ci sono macchine in queste zona) e portano una lauta elemosina, da cinquecento a mille lire, accanto al cieco. Su tutto, sopra l'angolo, un vecchio capitello papalino con una Madonnina e una lampada, sopra questo il cielo d'Italia.
Mi fanno schifo e noia quelli che continuamente parlano male dell'Italia, cretini, che girino pure il mondo e un quadretto così, un De Pisis purissimo non lo troveranno in nessun luogo.
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Ma ormai è Salgareda "il centro vero e solo unico" della vita di Parise.
Nell’ ’82, sul Corriere della Sera, scrive il pezzo famoso sul "suo" Veneto:

"Ma il centro vero e solo unico della mia patria lo dirò ora: è una casetta, una specie di casa delle fate, minuscola e vecchia, con tutto vecchio dentro ma efficiente e caldo a cominciare dal focolare, che sta proprio sui bordi del Piave e spesso ne viene sommersa.
A mezzo metro da una finestrella che ho fatto aprire verso nord per guardare le montagne e la neve, ìn maggio arriva l'upupa a trafficare per il suo nido, rizzando la sua crestina vanitosa e giustamente "ilare" come dice il poeta.
A pochi metri, su un altro salice picchia il picchio, con quel movimento del becco come la piccozza del minatore o dello scalatore di vette.
Le rane cantano dentro piccoli stagni e ruscelli che si gettano nel Piave, le lepri, all'alba giocano all'amore in coppia, in piedi, una rivolta verso l'altra come danzando, un alveare naturale si è formato tra i due vetri di una finestrella e da un giorno all'altro, un grosso gufo è sceso dal camino in una frana di fuliggine odorosa, le lucciole girano e il sapore del mare, quando è scirocco, giunge ad avvertire che la partenza, se voglio, può essere imminente oppure no, a seconda dell'estro.
La mia patria è Ponte di Piave, un paesetto vicino un chilometro, con una fontana dì acqua ferruginosa, ma sto qui, abito a Roma, all'estero. Perchè? Perchè così è la vita."
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Salgareda è il luogo in cui nascono i "Sillabari" che, afferma Parise:

Sono un programma stilistico ed è il sonoro interno, prodotto da luoghi come la casetta sul Piave o Cortina, che produce quel tipo di stile 6

Nel 1972, infatti, appare sul Corriere della Sera, allora diretto da Spadolini, il racconto"Amore".
E’ il primo racconto del "Sillabario" n.1.
Nell’’82 uscirà il "Sillabario" n.2.
Parise si propone di riscoprire i "diritti del cuore", mettendo a nudo i sentimenti nella loro essenzialità, riconoscendoli nell’ambiguo e caotico fluire dell'esperienza, attraverso brevi racconti disposti secondo l'ordine alfabetico: Amore, Allegria, Anima, Bambino,Carezza....

"Sentivo una grande necessità di parole semplici. Un giorno, nella piazza sotto casa, su una panchina, vedo un bambino con un sillabario.
Sbircio e leggo:l’erba è verde.
Mi parve una frase molto bella e poetica nella sua semplicità ma anche nella sua logica. C’era la vita in quel "l’erba è verde", l’essenzialità della vita e anche della poesia...
Gli uomini d’oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie.
Ecco la ragione intima del sillabario"
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Le lettere del sillabario si fermano, nell’’82, alla S di Solitudine.
Parise vorrebbe correre subito alla lettera Z, scrivere del sentimento zero, della nullità delle cose, della loro inconsistenza, ma alla fine rinuncia:
"Alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore, quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti.
Mi dispiace, ma è così.
Un poco come la vita, soprattutto come l’amore".
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1 - da Testimonianze, Omaira Rorato, in www.scrittoriveneti.it
2 - da “ Il mio Veneto” in Corriere della Sera, 7 febbraio 1982
3 - dall’Epistolario (lettera inedita)
4 - ibid.
5 - da “ Il mio Veneto” in Corriere della Sera, 7 febbraio 1982
6 - da video TV svizzera, cit.
7 - da Il Gazzettino, 31 ottobre 1972, in F. Sala, “Il Sillabario dei sentimenti”
8 - da Avvertenza a "Sillabari", gennaio 1982

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